Almanacco del Monte Argentario:
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Cenni geomorfologici
e geologici


La mineralizzazione
e la loro origine


Le attività minerarie
(passate e recenti)

   
La scogliera del Mar Morto
Foto: Gerd Malcherek
 

 
   
Monte Argentario:
geologia e attività minerarie
 
Cenni geomorfologici e geologici
Visto dall’Elba, dell Argentario sembra essere l’ottava isola dell’Arcipelago Toscano, separata da un breve tratto di mare - in realtà la laguna di Orbetello-dalla costa collinosa, e tale aspetto ci suggerisce quale sia stata più volte in un recente passato geologico, la vera natura di questo stupendo promontorio. Verso occidente lo scuro profilo dei monti si erge ripidamente dal mare, come una balconata rocciosa, culminando gradualmente a oriente verso la sua massima elevazione, e scendendo poi dal lato opposto, verso la laguna di Orbetello. Se fosse veramente un’isola, l’Argentario, coi suoi 60 kmq circa, sarebbe la seconda dell’Arcipelago Toscano dopo l’Elba rispetto alla quale mostra una forma molto più compatta, con coste che, se pur ricche di punte e cale, non risultano articolate da penisole e da golfi profondi.
 
Dal punto di vista morfologico, il promontorio, costituito da rocce di varia natura, prevalentemente carbonatiche e silicee, mostra un paesaggio aspro, specie lungo la coste dei quadranti occidentali e meridionali, dove sono presenti i falesie a picco sul mare, talvolta molto alte e precipiti, come quella di Capo d’Uomo, intercalate a tratti da brevi scogliere più pianeggianti, o da grandi frane di crollo causate dall’incessante e forte azione erosiva del mare. Quasi al centro del promontorio, una grande valle, con direzione nord-sud divide la cresta rocciosa dei Ronconali che precipita ripidamente in mare, dalla più alta ed estesa dorsale del Monte Telegrafo, mentre numerose vallecole, talvolta scavate così profondamente dai torrenti da costituitre vere e proprie gole, si diramano a pettine o in senso radiale rispetto alle dorsali. La natura delle rocce, spesso di tipo carsico, e le scarse precipitazioni, fanno sì che il regime dei corsi d’acqua sia alquanto irregolare con portata molto scarsa nei periodi estivi o più secchi; ma con notevole potere erosivo dopo violente piogge. Rilevante è circolazione nel sottosuolo carsico, con la formazione di grotte, talvolta estese e ricche di concrezioni, come quella degli Stretti nei pressi di Santa Liberata. Le zone pianeggianti, costituite dall’accumulo degli scarsi detriti fluviali, sono poche e situate al termine delle valli più grandi, sempre alla base dei versanti settentrionali ed oriental, che hanno una morfologia più dolce.
 
La geologia dell’Argentario, che rientra nel quadro generale di quella della Toscana meridionale costiera e dell’arcipelago a sud del Canale di Piombino, è piuttosto complessa, sia per la notevole varietà di rocce e formazioni geologiche, che per i movimenti tettonici iniziati nel Miocene e non ancora terminati, che hanno portato all’evoluzione .della catena appenninica e che hanno determinato l’accavallarsi ed il sovrapporsi delle varie formazioni rocciose che si erano formate a partire dal periodo paleozoico.
 
Esaminando la stratigrafia, cioè la sequenza delle varie formazioni geologiche a partire dalle più antiche, gli studiosi attualmente distinguono quattro diverse unità, cioè raggruppamenti di rocce che si sono formati con modalità simili nello stesso periodo geologico. Iniziando dal basso, troviamo dapprima il l’Unità di Monticiano-Roccastrada, che rappresenta i terreni più antichi, datati dal Carbonifero al Trias, e formati da scisti, filladi, quarziti e anageniti, presenti anche in molte altre zone della Toscana, come ai Monti Pisani, all’Elba, ai Monti dell’Uccellina., tanto per citarne alcune. Successivamente troviamo l’Unità di Cala Piatti, di età triassica, costituita da dolomie massicce e calcari stratificati, e la Falda Toscana, formatasi tra il Trias Superiore e il Miocene Inferiore, che è rappresentata dal calcare cavernoso, ricco di cavità e spesso brecciato, molto diffuso sull’Argentario e sede di importamti mineralizzazioni. L’unità di Cala Grande, formata da a piccole placche affioranti lungo la costa occidentale, ed inserita nellee altre formazioni rocciose, è costituita da rocce ofiolitiche metamorfosate, prevalentemente prasiniti, associate a calcari, calcescisti e argilloscisti. Infine le ultime formazioni geologiche che si sono deposte, presenti nelle zone pianeggianti del promontorio e lungo le coste, sono, costituite da “panchina”, e depositi alluvinali e terrigeni, prevalentemente quaternari o attuali.
 
Tuttie le unità geologiche descritte, con l’eccezione di quella di Monticiano, già esistente nel Carbonifero, si sono formate, a partire dal Trias, in un grande oceano, la Tetide, formatosi quando la Pangea, l’antico supercontinente, si frammentò in due distinte placche, quella europea e quella africana. Poi, complessi movimenti prima di allontanamento e poi di avvicinamento delle due placche determinarono nel corso del tempo la parziale scomparsa della Tetide. A causa di questo, in un periodo di tempo che va da circa 4  a circa 10 milioni di anni fa (Eocene – ), le varie serie rocciose che si erano formate nell’oceano, strette come in un’enorme morsa, si frammentarono e si accavallarono, facendo emergere dal mare anche quello che è attualmente il promontorio dell’Argentario, unito in quel periodo ad altre terre. L’evoluzione geologica successiva, è legata all’apertura del Tirreno, ed alla chiusura dell’Adriatico, come conseguenza dello spostamento dell’Appennino verso est. Questo ha comportata una successione di movimenti distensivi in tutta la Toscana Meridionale, con la consegeuente fomazione di serie di faglie dirette che hanno causato lo sprofondamento di alcune zone e l’assottigliamento della crosta sialica, che ha favorito la risalita dal basso di alcuni plutoni (stock) granitici. Questi, con le loro forti spinte dal basso, hanno sollevato in alcuni punti le rocce sedimentarie e metamorfiche preesistenti, formando varie l’Elba, Montecristo il Giglio, ed anche l’Argentario che è stato, a partire dal Pliocene Medio un’isola, saldandosi solo in tempi assai recenti alla terraferma tramite i tomboli di Giannella e Feniglia.
 
   
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Riferimenti
online:


Capo d’Uomo

Cala Grande

Arcipelago Toscano

Panorama Mar Morto

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La mineralizzazione e la loro origine
I fenomeni distensivi della crosta terrestre avvenuti da circa 5 milioni di anni fa nella Toscana centro-meridionale e la risalita di alcuni plutoni di natura granitica ad essi correlata, hanno provocato le condizioni favorevoli per la formazione di numerose e importanti mineralizzazioni. Infatti, sia in alcune isole dell’Arcipelago Toscano che nelle zone costiere e interne sono presenti. numerosi giacimenti di minerali utili, taluni anche di notevole consistenza, come quelli di ferro all’Elba, di pirite al Giglio, di rame, piombo e zinco a Campiglia, e di pirite nel Massetano. Le mineralizzazioni sono avvenute a causa del riscaldamento e dello scambio di materiali fra i magmi granitici ad alta temperatura in risalita e le rocce sedimentarie e metamorfiche della copertura, che hanno favoritto sia trasformazioni chimiche che rimobilizzazione e concentrazione dei minerali metalliferi dispersi, in esse. Anche l’Argentario è stato interessato da questi eventi, a causa di un plutone granitico che si è tuttavia, come del resto è avvenuto anche in altre zone del Massetano, arrestato ad alcuni chilometri di profondità dalla superfice terrestre, facendo tuttavia risalire attraverso varie discontinuità. come faglie o contatti fra rocce di natura diversa, i fluidi mineralizzanti che raffreddandosi, hanno deposto i minerali che contenevano.
 
Varie mineralizzazioni di scarsa entità sono presenti in numerosi punti dell’Argentario. Le più interessanti sono indubbiamente quelle a cinabro (solfuro di mercurio, da cui viene estratto questo elemento) presenti talvolta nel calcare cavernoso in minute granulazioni. Ma gli unici veri giacimenti di interesse economico per la quantità del minerale presente, sono entrambi situati nella zona di Terrarossa, circa 3 km a sud-ovesti di Orbetello, nei pressi della laguna. Uno, superficiale, è costituito da ammassi di minerali ferromanganesiferi nel calcare cavernoso, mentre l’altro, più profondo, individuato dai sondaggi al contatto tra il calcare cavernoso e gli scistia oltre 300 m sotto il livello del mare, si estende fin sotto la laguna di Orbetello, e mostra estese mineralizzazioni di pirite e magnetite con spessori fino ad alcune decine di metri. Nel calcare cavernoso che separa i due giacimenti sono presenti mineralizzazioni a solfuri misti di poca consistenza.
 
   
     
 
 
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Le attività minerarie (passate e recenti)
Secondo le attuali conoscenze, i primi indizi della presenza dell’uomo all’Argentario, risalgono alla glaciazione wurmiana, circa 10.000 anni fa. Ma nel paleolitico e nel neolitico, le antiche popolazioni dell’Argentario, non hanno trovato nella zona molte materie prime adatte alla fabbricazione dei loro utensili. Infatti nelle formazioni geologiche del promontorio non sono presenti materiali argillosi per la ceramica, se non in limitate quantità, nè diaspri o selci per gli strumenti litici. Tenendo conto che all’Argentario non è presente neppure rame nativo, facilmente lavorabile anche dalle genti dell’eneolitico, e che sono scarsi anche i solfuri di rame, è necessario arrivare all’età del ferro per trovare tracce di lavorazione di minerali, prevalentemente importati da zone vicine, quali l’Elba, il Giglio e le Colline Metallifere, anche perchè gli unici giacimenti presenti, quelli ferro-manganesiferi di Terrarossa non potevano essere utilizzati con le tecniche di quel periodo.
 
Uno dei principali luoghi dove si trovano queste tracce è il Poggio dell’Argentiera, posto pochi chilometri a sud-est di Porto Santo Stefano, dove sono visibili i resti di un insediamento che vanno con una certa continuità dal Villanoviano al periodo romano, e poi fino al medioevo, come attestano i resti medioevali della torre e della cinta muraria senese. In superfice, e negli gli scavi effettuati per un rimboschimento, furono trovati abbondanti scorie di fonderia, masserelle di ferro grezzo, pezzetti di ematite, forse elbana o gigliese, oltre a oggetti d’uso di piombo e di ceramica.
 
A breve distanza dall’Argentiera, dove il di fusione di minerali argentiferi e pezzetti di galena, che potrebbero provenire, come attestano alcuni pozzetti di scavo e dai resti di un forno fusorio ivi rinvenuti, dalle lavorazioni effettuate su qualche mineralizzazione a galena argentifera presente al contatto tra argilliti e calcari,e attualmente non più visibile. Da queste testimonianze di un’attività mineraria primitiva fino al 1800, non si hanno più notizie di ritrovamento o lavorazione di giacimenti metalliferi, anche se, in un documento degli inizi del 1500 redatto da un certo Claudio Tolomei di Siena, si parla di abbondanti scorie di minerali argentiferi, e si propone addirittura, la zona dell’Argentiera come ideale per la costruzione di nuovi insediamenti a causa della ricchezza della vena d’argento.
 
Inoltre, agli inizi del 1600, Ludovico Buzzelli di Massa Marittima parla dell’Agentiera come di un luogo dove l’argento era così abbondante, da poter battere moneta. In ogni caso, il toponimo Argentiera, fra la tante possibili interpretazioni, potrebbe essere stato attribuito al luogo a causa della presenza di minerali argentiferi, anche se questo fatto non è attestato dalle evidenze geologiche e minerarie attuali. D’altra parte la galena, minerale che può contenere argento, è presente sporadicamente nei pressi di Scorpacciate ed è stata trovata in quantità notevoli ad una profondità tra 100 e 300 m sotto il livello del mare anche nei sondaggi effettuati nella zona di Terrarossa, sopra al giacimento di pirite e magnetite.
 
In realtà però, possiamo dire che, a parte i pochi indizi storici visti finora, la vera attività mineraria nell’Argentario è iniziata nel 1873 con la scoperta del giacimento ferro-manganesifero di Terrarossa da parte di un residente di Porto Santo Stefano. I lavori di estrazione furono inizialmente intrapresi dalla ditta RAE di Livorno, poi passarono alla Società ILVA, ed infine, a partire dal 1939 alla Ferromin. Le escavazioni, iniziate in galleria, proseguirono successivamente a cielo aperto, a causa dei notevoli problemi comportati dall’infiltrazione di acqua, rimediati solo in parte, ed a costi notevoli, tramite potenti pompe.
 
Nella piana antistante le miniere, adibita anche a piazzale di cernita, furono costruiti vari edifici di servizio visibili fino ad alcuni anni fa, ma ora trasformanti in residenze turistiche. Il minerale, composto da limonite, magnerite e ossidi di manganese, con tenore in ferro di circa il 30% e in manganese del 15%, era di discreta qualità, povero si silice, e adatto alla produzione dell’acciaio nei convertitori Bessemer-Siemens. Nel 1944, a causa dei bombardamenti che interessarono così duramente la zona di Porto Santo Stefano, gli impianti furono parzialmente distrutti. Dopo la guerra, i lavori di estrazione furono ripresi proseguendo tuttavia, solo fino al 1958, per i progressivo esurimento delle masse mineralizzate, divenute ormai prive di interesse industriale. Un nuovo interesse verso i giacimenti di Terrarossa fu manifestato intorno alla metà degli anni ‘60 da parte della Società Mineraria dell’Argentario e della Società Monte Amiata, che effettuò prospezioni magnetiche e numerosi sondaggi fino a 400 metri di profondità proprio sotto la zona dei precedenti lavori minerari, individuando, da quota -190 a quota -400 un giacimento di pirite con magnetite di notevole estensione, contenente circa 25 milioni di tonnellate, fra il minerale cccertato e quello probabile, e paragonabile per importanza a quelli in attività in quel periodo nella vicina zona di Massa Marittima.
 
Tuttavia, malgrado l’interesse industriale del giacimento, i lavori non furono mai intrapresi, in parte per le prevedibili difficoltà connesse con escavazioni profonde sotto la laguna di Orbetello, e in parte per il preminente intertesse turistico della zona che mal si conciliava con estese lavorazioni minerarie, che occupano estese porzioni di territorio.
 
Finiscono così, forse per sempre le attività minerarie dell’Argentario, delle quali, a parte due grandi torri per i pozzi che conducevano alle gallerie, e il nome "La Miniera” al residence turistico costruito, non rimangono che poche tracce e pochi ricordi che presto scompariranno del tutto.
 


L’autore:
Roberto Nannoni, *1943, abita e lavora a Livorno.
Laureato in Scienze Geologiche presso l’Università di Pisa.
Abilitato nel 1977 all’insegnamento per la cattedra di Scienze Naturali, Chimica e Geografia Fisica.
Docente e consulente per diversi istituti e musei.
Autore di oltre 30 articoli riguardanti la mineralogia della Toscana e d’Italia.
Pubblicazioni:
“I minerali dei Monti Livornesi”, Edizione Calderini.
“Miniere e minerali della Val di Cecina”, Edizione Gruppo Mineralogico Cecinese.
“I minerali dell’Isola del Giglio”, Edizione Circolo Culturale Gigliese.
“La mineralogia” sul volume “Elba, territorio e civiltà di un’isola”, Ed. RS Editore Genova.

 
   
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Riferimenti
online:


La Torre Argentiera

Tavola sinottica del
Monte Argentario
1500–1549


Tavola sinottica del
Monte Argentario
1600–1649

 
 
 
   
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